Quando Lancillotto combinò un Quarantotto

di Emmanuel Grossi

Il disegnatore, cartoonist e regista Marco Biassoni lavorava per Pavesi già da qualche anno, curando i contributi in animazione o a passo uno nei film dal vero di altre produzioni milanesi e realizzando graziose vignette con protagonisti i Pavesini, variamente reinterpretati e decontestualizzati. Ma è nel 1965 che debutta a Carosello con una serie propria, interamente a cartoni animati (prima prodotta dalla società Adriatica Film, poi realizzata in autonomia), per i cracker Gran Pavesi, che si sarebbe protratta con grande successo e massiccia copertura mediatica fino al 1972, con qualche scampolo più recente: I Cavalieri della Tavola Rotonda.

In precedenza, in TV erano stati i Pavesini a farla da padrone, lasciando dei cracker solo le briciole: alcuni telecomunicati brevi, un po’ di caroselli nel 1964 ereditando la vecchia campagna dei biscotti (Sopra… sopra… sopra, variante di Dentro… dentro… dentro) che nel frattempo avevano trovato il testimonial ideale in Topo Gigio, e poco altro. Ma la tavola era già elemento della comunicazione, per presentare i cracker come alternativa al pane senza ingaggiarvi scontri diretti (da cui sarebbero usciti inevitabilmente perdenti).

Da qui parte Biassoni, che idea una buffa rilettura della saga di Camelot concorde con gli stilemi di Carosello: uno schema narrativo che permane pressoché immutato nel tempo, introduzione e codino fissi e frasi che entrano subito nel linguaggio comune (“Come mai non siamo in otto? Perché manca Lancillotto!” o “Arriva Lancillotto, succede un Quarantotto”). La prima serie è di rodaggio e tanti dettagli andranno a posto solo in seguito, ma già si delinea la cifra vincente della campagna: l’ironia surreale. I personaggi sono poco più che abbozzati, le situazioni comicamente paradossali e il testo (in rime baciate, spesso strampalate) supportato da un’ampia gamma di musichette, rumori e effetti sonori del M° Ario Albertarelli (avvezzo a creazioni estrose e surreali, in virtù delle collaborazioni con i fratelli Pagot sul fronte pubblicitario e su quello canoro-discografico con i Gufi, tra i pionieri del cabaret italiano). Il tutto a far da contrappunto a peregrinazioni e disavventure dei cavalieri alla ricerca di Lancillotto, che tarda per cena facendo spazientire Re Artù.

Di anno in anno si aggiungono nuovi dettagli ed elementi di memorabilità. Nel 1966 arriva Ginevra, che chiama tutti a raccolta armata di cucchiarella e dal ’67 inizierà a sfornare manicaretti, e sempre nel ’66 si unisce finalmente ai commensali il piccolo Lancillotto (accompagnato dal celebre jingle), che nella prima serie era sperso per il mondo. Cambiano pure i disegni: le linee si ammorbidiscono e Re Artù diventa un vecchietto peperino e un po’ rimbambito, costretto nel biennio ’71-’72 a uscire lui dal castello in cerca del ritardatario, prima da solo e poi con tutta la truppa. Diverse anche le mani: a Biassoni si affianca il giovane assistente Giuseppe Laganà (destinato a fiorente carriera fino alla prematura scomparsa) e per un certo periodo collabora anche Osvaldo Cavandoli, pressoché in parallelo ai primi cartoni della sua celebre Linea per Lagostina.

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