Antonello il Grande

di Emmanuel Grossi

Antonello Falqui ha frequentato poco i set pubblicitari. Il suo regno era il varietà televisivo, di cui resta il più grande e più importante artefice e regista: basta citare Il Musichiere, Giardino d’inverno, Studio Uno e Biblioteca di Studio Uno, Canzonissima ’59 e ’68, Speciale per noi, Teatro 10, Dove sta Zazà e Mazzabubù, Milleluci, Fatti e fattacci, Bambole, non c’è una lira, Al Paradise… per ritrovarsi proiettati nel mondo dei ricordi, fra comici, soubrette, vedette internazionali, signore della canzone e quanto di meglio la RAI abbia prodotto fra gli anni Cinquanta e Ottanta del Novecento.
Tra i tanti meriti di Falqui, c’è anche quello di essere stato un grande innovatore, sperimentando (o pescando e riadattando dalle eccellenze delle TV di tutto il mondo) nuove forme e nuove concezioni del mezzo televisivo, sempre all’insegna dell’eleganza, della pulizia visiva e del rigore formale.

Il suo show più innovativo fu Sabato sera, che nella primavera del 1967 soppiantò il glorioso Studio Uno, che ultimamente aveva accusato una certa stanchezza e da cui eredita, oltre alla collocazione in palinsesto, le due opposte concezioni dello spazio scenico alternatesi negli anni, riuscendo a farle coesistere: il limbo (cioè lo studio bianco, vuoto, senza fondali o tende) e la presenza del pubblico, per la prima volta non frontale alla ribalta ma posizionato ai lati, su due gradinate, come l’orchestra diretta dal M° Bruno Canfora.

Altra innovazione fu la presenza di Mina come mattatrice assoluta, affiancata di volta in volta da un diverso partner maschile (evoluzione della sua precedente rubrica L’uomo per me). La sola novità non andata a buon fine fu il coinvolgimento degli stilisti (in luogo dei costumisti, più avvezzi alle esigenze televisive), che diedero a Mina i loro capi di collezione con esiti spesso deludenti, vuoi per le stravaganze della moda del tempo (abiti di linea trapezoidale, di foggia orientale, in plastica, stampati fantasia…), vuoi perché Mina aveva tutt’altra fisicità rispetto alla diafana e imperante Twiggy, vuoi perché il bianconero uccideva ogni guizzo cromatico. Tant’è che l’esperimento non avrà seguito.

Molte di queste istanze tornano nei caroselli Barilla che Falqui registra con Mina in parallelo allo show e che saranno poi trasmessi a fine estate: limbo, abiti simili a quelli del programma e un gioco di montaggio – che oggi appare ingenuo, ma allora lasciò il pubblico stupefatto – già sperimentato in alcune clip di Sabato sera. Ognuna delle cinque canzoni (Cartoline, Conversazione, La banda, L’immensità e Se c’è una cosa che mi fa impazzire) viene registrata due volte, con Mina che ripete gli stessi passi e movimenti indossando vestiti diversi. Poi, in moviola, le versioni vengono tagliate, intrecciate e cucite a ritmo con la musica, trasformando la Nostra in un novello Fregoli. Nel codino si torna ad una dimensione più casereccia e colloquiale, ma comunque folle: Mina si rivolge alle telespettatrici circondata e sovrastata da enormi confezioni di pasta.